Malinconie

Nel pomeriggio ero solito leggere di fronte alla finestra del soggiorno, l’aria tiepida della primavera pervadeva ogni angolo della mente, ogni speranza e i giovani Finzi-Contini continuavano, ancora ignari della morte, a giocare a tennis nel Barchetto del Duca. Il futuro non era mai stato così possibile, così violabile. Ne avevo le chiavi, la mia giovinezza. Di lì a poco sarebbero cominciate le vacanza estive e il mio cane immaginava già corse di lingue a rincorrere biciclette. Avevo quattordici anni ed Atlantide splendeva ancora di oricalco. Sulla scrivania poco distante il vecchio dizionario Rocci, già debitamente rilegato, avrebbe aspettato ancora qualche mese prima di essere sfiorato per la prima volta dalla mia matita. Fuori dalla finestra i grappoli di glicine ondeggiavano lenti al Kyrie di Giovanni da Palestrina. Mia madre era bella e mio padre era più giovane di quanto ora sia io. Di tutto questo, da lì a poco, la vita ne avrebbe fatto solo ricordi.

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Stepas, A momentary lapse of future

Fiesta

La fiesta era proprio cominciata. Sarebbe durata, giorno e notte, per una settimana. Sarebbero continuate le danze, sarebbe continuato il bere, non sarebbe cessato il rumore. Le cose che accaddero potevano accadere solo durante una fiesta. Alla fine tutto divenne irreale e sembrava che niente potesse avere conseguenze. Sembrava fuori luogo pensare alle conseguenze durante la fiesta. Per tutta la sua durata, avevi la sensazione, anche nei momenti di silenzio, di dover sempre urlare per farti udire. Era la stessa sensazione che provi durante un combattimento. Era una fiesta, e durò sette giorni.

Ernest Hemingway

Stream Of Consciousness #n (rebirth)

lasciare le vecchie cose abiti grigi che scivolano via lasciare l’odore di chiuso degli armadi in penombra lavare via bruciare con l’acqua bruciare a nuovo e dopo la pioggia rinascerà pioggia tropicale a piccole gocce dita di pioggia dai profumi leggeri incontaminato per volare ali e piume leggere uccelli del paradiso e piccola vita minima che riprende dopo il diluvio metafora per menti minime e profonda per l’introspezione meditazione per l’io profondo leggo nietzsche e zoroastro in vita semplice perché lineare e niente da capire ma solo respirare come rinato rinnovato lucido d’acqua e lì ritorna la vita ma la conoscenza sarà di pochi spogliarsi della conoscenza errata per vestire i candidi abiti della nuova azzerare la fame e accontentarsi del minimo frutti e bacche e cereali spontanei io vedo e capisco e sono tutt’uno con l’universo ma la materia scura permea il mondo e imprigiona le menti e i corpi spezzate le catene spezzatele e sarete liberi il mondo è l’universo e la mente è creato e creatore io posso io faccio io sarò l’uomo che guarda il tramonto aspettando l’alba che annuncia il giorno e spremerò le olive e mangerò il pane e mi tufferò nell’acqua senza più paure sarò musica e note dipinte sul filo dell’orizzonte vorrei che la mia pelle fosse tela ed io esposto nudo e senza paura in un bianco museo sala vuota di bianco e cristallo alla visione dimostrare che l’arte è viva e possibile per ogni anima poi mi farò tatuare sulla pelle la storia della creazione degli universi e mangerò pesce sulla riva del mare e saremo vestiti di bianchi lini il vento leggero a sfiorare i gigli delle dune e sapere di sapere la verità ultima dell’esistere saremo liberi e colmi di sentimenti lievi e tranquilli nei quali avremo trasmutato le nostre giovanili passioni sarò bianco vecchio e saggio e solo allora piangerò lacrime se quel giorno tu non ci sarai se quel giorno io non ci sarò ma credimi (amore mio) io sarò con te per l’eternità vestito di bianco e con le mani ricolme di tutti i sorrisi del mondo, che ti donerò per la nostra prossima vita.

 

 

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Stepas
The Horizon (Cortina,1985)

Anniversario

a R.

                                                                                                                                  un punto,

                     un respiro                 trattengo,

la pausa               dal salto nello spazio     che separa il punto dal respiro,

mi riempio                                                      di vuoto,

e sento

l’altra faccia del foglio     frusciare, aspettare                   le nuove parole,

nel salto dal muto                  pensare al libero associare

per mero senso                           di un singolo dei cinque

(ma non saprei poi quale se non forse la lingua)

                     che dal punto all’infinito propaga se stesso per partenogenesi dell’atto semplice.

e sento il respiro                          che trattengo e che per troppo respiro poi spengo

nelle stelle infinite, finite per caso nella mai mia vertigine

che snoda                         la trasparenza dell’amore,

ma le nostre parole,                         mio amore,        nutrite                                   di silenzi

io ora dico,                                                                      il nostro amore, il tuo, il mio.

di dodici anni e ognuno come il primo,

nessuno come un altro,

nel mio cuore, nei tuoi occhi.

e in questo punto io vedo

                       la vita.

Compleanno di resurrezione in un giorno qualsiasi

(reloaded from 2007/11/14)

 

 

C’è un punto     preciso                 il              punto

tra la ghiandola pineale                e

                                               il profumo di rose selvatiche

che esplode                                    talvolta                  di memorie

                                               in memoria/m

che non so     più chi e chi non   o forse solo io

        memoria     unica

                                in traccia o cluster

                allora, dicevo, il ricordo della pasta di pane

                                                                                          ma forse

erailfumodellacenerespentaconl’acquadinottecaminochedormedasoloincucinateporedi coperted’innocenzadisperanzaquandoancorasvegliarsieraauspicioegliuccellivolavanoedioli vedevodistendersinelfuturodifelicitàavenire

ma

c’è un punto preciso                     quel punto

sulle papille                       e un non               evento               altro

dove la vita si rompe e                 schizza il vetro

taglia lingua e trapianta                           strade non mie

vita non mia                      io/non/io           

                     generato e non creato della stessa  materia           del sogno

                         incubo succubo ctonio ir/reversibile

un mulinello di avreidovutoavreipotuto soffocato dall’ipotesi se e se non

          ma lì ci ferimmo sangue spezzammo, mia vita e da lì ….si, da lì

oggi compirò allora i miei sottratti anni

ventuno

 

 

"21"

selfportrait (1984/2009)

 

I am (pt.1)

A W. Whitman

a

(reloaded from 2006/03/09)

 

 

Io sono Ulisse e solco la vita.

Io sono colui che cerca.

Sono il mare e la prua

dentro e fuori il confine labile

della percezione del sé

e della sua comprensione

e non cerco Itaca né il suo simulacro.

Il corpo nudo sullo scoglio ventoso,

sono il muscolo contratto

al momento del salto,

sono il pesce che guizza la spuma del mare,

sono il fallo del cielo che feconda la terra.

Sono solo il mio respiro,

senza più gli inganni di versi pallidi nel cuore,

tornato ad essere cava pompa di sangue

puro e ferroso

che sembra esplodere all’odore della lotta

per la cattura della preda,

perché sono l’animale che affonda la fame

nella carne della vita e del mio cuore faccio

il pasto nudo del coraggio.

Io sono Ulisse e sfido gli inesistenti dei

danzando il tango nei bordelli di Buenos Aires

dove le puttane sono sante

vestite di rossa processione

mentre appoggio la lingua alla curva

della tua schiena, mio dolce Efestione.

Ma io sono Ulisse e sono.

Nel mondo degli uomini e guardo

l’orizzonte tramontare dietro il porto di Brest.

E non conosco paura

di alcun inizio, di nessuna fine.

Perché. Io sono l’uomo

dalle mani di terra e il giocoliere sul filo

della vita, fiero del mio respiro

e delle mie cicatrici, quelle della fronte

conficcate dagli anni,

sono l’arco e la freccia,

la vena chiusa dell’inizio e quella aperta della fine,

il sangue della vita e il sangue della morte

cui metterò a sigillo l’orecchio mozzato del toro.

Guardami. Io sono come vivo.

Sono il libro da scrivere,

inchiostro vivificato

dall’acre sudore dei girasoli in agosto,

sono l’acqua salata che ha sciolto

le pagine inutili, le pagine lette,

sono la saliva che sgorga dalla tua bocca

nella percezione rapida del desiderio,

sono il drago che gioca con la perla lucente

e che nessuna oscurità riuscirà mai a trafiggere,

sono il cerchio e la retta tangente,

il tutto e il  niente.

 

Ed ascolto le voci dell’erba,

sedotto

dall’atroce bellezza del mondo.

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Stepas
"Jenkin’s H20 Reloaded As Selfportrait"
2009

 

 

 

Il grano, il loglio (piccola incrinatura melodrammatica nelle pieghe di un tempo dinamico)

Capita di vivere giorni sospesi, fatti di sottili fili di speranze, esili come steli di calendula, penombre sottotraccia, circolari come orbite di planetario. E’ ormai quasi passato un anno e le violacciocche sono di nuovo in fiore. Una farfalla ieri le ha sfiorate lievemente, un’apparizione d’estate rossa e nera, ch’è poi sparita, dietro l’angolo del patio.
Sul letto, la montagna di fogli scritti e sottolineati, letti, digeriti, vomitati in quest’ultimo mese. E poi ripensare alla vita intera, alle scelte mai fatte, a quelle rifiutate, agli errori commessi e gli scambi dei treni mai presi. Ho passato giorni prigioniero del futuro che ho lasciato alle spalle. E se fossi un attore di maniera a questo punto griderei, voltando le spalle al teatro, allargando le braccia con voce vibrante: “Dèi, che maledico lassù nel vostro niente, solo questo vi chiedo: per favore, una seconda occasione per vivere!”. Ah, che battuta sarebbe, perfetta nella rabbia e nell’autocommiserazione!
Ma domani pioverà e ancora dopodomani e di nuovo il giorno seguente. Ed è solo questa la tragedia che incombe.
E alla fine sarà tutto passato. Il cielo sarà solo cielo e la vita solo scegliere il grano dal loglio.
E quasi mai saperli riconoscere.
a

Ottobre (smiles from a far fall)

assetato, avrei voluto fermare l’acqua tra le dita delle mani. invecchiato, dovrei fermare la sabbia tra le rughe del tempo. ed invece oggi ho portato dei fiori per il suo compleanno. li ho appoggiati sul marmo e ho guardato la foto. è che le madri sorridono sempre anche se quelle donate son margherite e non rose. qualche centimetro sotto ho salutato mio padre, lui il sorriso lo accenna appena, e qualche metro più in là, dietro pietra ancora più bianca, i miei nonni vestiti a festa, mai completamente abituati a sorridere agli scatti. tutto intorno la campagna era poco rumore se non il ronzio del cuore. poi son ripartito, lasciandomi alle spalle il paese dove è nato il mio cognome, dove non inciderò il mio nome. sono l’ultimo ramo dell’albero. tenacemente resisto. attardandomi alla finestra dei giorni, ho guardato. in basso, verso la vita. e mi son detto “va bene così”. ho sentito l’autunno percorrere il cielo in un brivido tiepido, una malinconia appena trattenuta.

A day in the life

ascolto musica nuova mentre Amy la gatta fa stretching sul mio letto. il cielo e le nuvole, dietro il vetro e più lontane, sono acciaio e rose in attesa di cosa sarà di loro da qui a un attimo, ché il vento bizzoso già mulinella le foglie della quercia e dell’olmo, oltre la siepe del giardino. l’autunno appena nato invoglia la pigrizia a lunghi sorsi d’attesa. io resto in silenzio ad ascoltare il respiro della nostra casa ch’è un tutt’uno con il tuo. tra poco sarà pronto il tè al gelsomino. respiro la tua voce mentre ti avvii al pianoforte. anche l’aria conosce il tuo nome.

Sueño de fin de verano (streaming genesis)

la valigia al fianco e guardo passare i treni senza sentirli, la valigia al fianco, in attesa della partenza o di un ritorno. il tuo sorriso lampeggia dietro la mano, il tuo sorriso ch’è la mia vita e muove l’aria così come il tempo, che si riavvolge nell’evolversi del saluto. il tuo nome chiama il mio nome. e vedo i volti e sento le voci, di ieri, di sempre. sono vecchio e bambino, sono lo sposo e l’amante come anche tu sei, mio amante e sposo. sono il grigio e l’arcobaleno, lo sciamano e la sua visione. e il mio cuore si specchia nel tuo sorriso. sono in piedi in attesa di un treno, come canna contro il vento, la valigia la mio fianco. non trema il cuore né tremano le mani e comincio a volare sognando isole lontane, che profumano delle stesse spezie di cui profuma la tua pelle, spiagge dorate come il miele della tua lingua sulla quale indugia nel saluto la mia e niente più del meno, del vivere semplice tra la risacca dell’alba ed il fuoco di sera, le stelle infisse nel cielo come dichiarata speranza di mai fine e madre caos che governa il sogno impareggiabile del vivere. guardami. sono ulisse assetato alle spiagge di itaca e attendo la quiete, il passato al fianco. in piedi contro il tempo ti vedo scendere dall’ultimo treno. ed allora so che è ritorno e non partenza, mentre dalla tua bocca lentamente fluiscono oceani e montagne, abissi e pianure, petali e lava, foreste e equatori e fiumi e laghi e deserti e lune. mentre dalla tua bocca sta nascendo il mondo che verrà. perché il tuo respiro è lo specchio dell’unico respiro che non ha inizio né fine. mi sveglierò al passaggio del treno, senza sentirlo, la valigia al fianco. e sarà sera e sarà mattina.a

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